Recensioni

CORPO DI GUARDIA 1999

….”Il surrealismo appena evocato, torna inevitabilmente in ballo anche nel caso di Sandro Scarmiglia e delle sue voluminose sculture in ferro, gesso, sabbia e terra, che richiamano, sia pure alla lontana, le famiglie di personaggi ameboidi e indeterminati di Tanguy. Parlare di mostri o comunque sicuramente di esseri viventi non sembra però il modo più opportuno di inquadrarli. L’elemento distintivo del loro modo di presentarsi viene ad essere, infatti, piuttosto l’ambiguità, ovvero l’impossibilità per chi guarda di stabilire con sicurezza se abbia a che fare con dei prodotti del lavoro umano, come otri, vasi, giare ecc. che stanno subendo una strana metamorfosi o, anche qui, con degli invasori galattici che si sono dati convegno in qualche luogo segreto prima di lanciarsi alla conquista del mondo. Né sembra il caso di parlare di qualcosa di inquietante, visto che la proliferazione di curiosi bitorzoli che affligge i nostri personaggi non da loro un aspetto spaventoso, ma vale semmai a renderceli più simpatici propio nel loro combinarsi con l’impaccio di una mole sproporsionata. La chiave migliore è forse allora propio quella di prendere alla lettera il titolo che l’autore impone spesso e volentieri ai suo lavori: “Capriccio”, ovvero variazione volta a esplorare nuove possibilità di espressione senza per questo voler aggredire frontalmente tecniche e temi propri delle tematiche dominanti del momento. Con una riserva però, quella stessa che ci consente oggi di vedere nei “capricci” manieristici e barocchi non un graduato divertissement ma la testimonianza di una crisi non solo linguistica assai più profondamente meditata di quanto non sembri.

Paolo Balmas – Docente di “Storia dell’Arte” della “Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Roma” (La Sapienza)

VENTI ARTISTI fra ricerca e polivalenza dell’immagine

“…Sandro Scarmiglia gioca la sua partita sul terreno della “regressione” innestando sul tronco delle nostre società largamente disincantate, ” idoli” lontani, “dei ” figli dei nostri sogni ad occhi aperti.

Roberto Maria Siena – docente emerito dell’Accademia di Belle Arti di Roma


PINTURAS Museo de Bellas Artes de Bahia Blanca 1994

“me es grato presentar al artista plastico italiano Sandro Scarmiglia Egresado de la Academia dde bellas Arte de Brera, Milan,desarolla su actividad en Roma,donde ademas de su labor pictorica se destaca como escenografo y vestuarista en producciones televisivas, teatrales,y cinematogràficas. En su obra auster encontramos signos esenciales, reconocibles por su universalidad. A traves de figuras simples y sugerenes, Scarmiglia logras un lenguaje que vence cualquier tregionalismo, a tal punto che que nos es posible intuir referencias muy cercanas a la atmòsfera patagònica. Su propuesta se encuntra reforzata por el caracter atemporal que emana de su obra, donde los personajes y arquitectura se nos presentan en su forma màs pura . Dicha imagen con el aporte matèricoortoga una visiòn sensible y primitiva que alude a lois mas profundo del ser. Scarmiglia tranmite su poètica sin tapujos, directamente, avitando aquello que pertuba su mensaje existencial. Se expresa màs por omision que por multiplicad de elementos. Sin duda busqueda apunta a lo trascendente e invita a una reflexiòn colectiva sobre la condictiòn Humana

Andres Duprat – Director del Museo Nacional de Bellas Artes


FONS VITAE 2003

…”Inno alla Pioggia di Sandro Scarmiglia pone a confronto tre elementi l’acqua. la terra, la lana. L’artista, homo-faber, ridefinisce lo spazio “occupandolo” con forme primordiali, che ottiene lavorando materie grezze e conferendo loro una struttura tangibile. La terra, mescolata alla colla e paglia, è una costante del suo lavoro che coglie suggestioni dal mondo naturale e animale. Nei “nidi” con cui riveste le pareti, la terra cretata mantiene intatta la sua forza vitale dilatandosi nello spazio, mentre protuberanze cave dalla forma leggermente svasata. che evoca una tromba , li pongono in relazione quasi musicale, cui anche il titolo rimanda, con l’ambiente. Una grande conca raccoglie l’acqua che goccia dall’alto, mentre il peso di questo volume viene alleggerito dalla lana che ricopre il pavimento in cui la conca affonda.”

Elena Paloscia – storica dell’arte, curatrice, giornalista


DIRAMAZIONI 1998

“….Durante il complesso meccanismo che si mette in moto nel momento in cui un artista si accinge all’opera, la scelta della dimensione è la prima di ordine estetico, che l’autore compie. Nelle opere di Sandro Scarmiglia, sculture alte circa 2 metri e 40, la notevole misura e le forme agiscono tra loro e precisano l’indirizzo della sua poetica. Infatti se la prima delle due potrebbe indurre a pensare all’idea di ricerca di monumentalità, le forme, al contrario, evocano la costruzione di uno scenario e non rimandano all’enfatizzazione della realtà, ma piuttosto ad una fantasiosa sostituzione.”

Barbara Tosi



L’ARTE CONTEMPORANEA PER NUOVI APPRODI COSTRUTTIVI – 1999

“…La ricerca materico-pittorica ha i suoi rappresentanti nelle diverse personalità di alcuni artisti qui rappresentati: Sandro Scarmiglia propone una composizione dove la tensione informale della materia pittorica è organizzata nell’equilibrio più totale, pacato, che dando origine ad un’atmosfera di sospensione spaziotemporale, fa emergere tracce quasi graffiate che riportano alla basilare necessità comunicativa del linguaggio e di ogni espressione creativa. “

Barbara Martusciello – Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi


“Mud Mood” di Sandro Scarmiglia a cura di Velia Littera

Nelle sculture di Sandro Scarmiglia, modellate attraverso un composto materico di fango e colla, tese alla ricerca di forme pure ed essenziali, si sente l’eco di civiltà preistoriche. Fin dall’antichità l’umanità ha scorto nel fango un elemento primordiale della vita: varie tradizioni indigene e religioni minori, in cui i fattori climatici e gli elementi naturali sono oggetti di culto al pari delle divinità o sono considerati come loro manifestazione terrena, sostengono la creazione dell’uomo dal fango; la stessa religione cristiana offre uno spunto a riguardo nel passo della Genesi “Dio formò l’uomo dal FANGO della terra, gli insufflò nelle narici un alito di vita e l’uomo divenne anima vivente” (Genesi 1-5).

In questa prospettiva religiosa e spirituale il fango rivela una natura apparentemente fragile e inconsistente ma cela dentro di sé un’immensa energia vitale. Inoltre la virtù dell’umiltà come accettazione della propria verità più profonda deriva etimologicamente dall’humus della terra: “Non nascondere il fango dal quale si è stati plasmati anzi, partire da questo per crescere…

L’accento posto sulla materialità dell’opera ha un forte legame con l’arte tribale, con cui le opere nascono da una commistione di materiali eterogenei ed organici e sono componenti che ritroviamo nel panorama artistico contemporaneo. L’uso che Picasso faceva dei materiali era molto simile a quello di Sandro Scarmiglia: nel processo creativo egli estraeva il principio insito in essi per poi appropriarsene e servirsene per i propri fini. L’impiego di tali materiali poi, sia da parte dei surrealisti che da parte dei dadaisti, rifletteva un conscio desiderio di evocare i prototipi primitivi. Lo stesso Scarmiglia rivela uno stretto legame fra le proprie opere e l’arte primordiale: si tratta di una costruzione plastica che ricerca un’empatia delle forme originarie. La tendenza modernista alla figura allungata e la familiarità con le proporzioni dell’arte tribale, molto cara anche a Giacometti, si concretizza in forme organiche la cui caratteristica principale è che sono: “contenitori mai chiusi” che contengono e, allo stesso modo, espandono un fluido misterioso. Si tratta di sculture molto vicine a quelle di David Smith, che con “Tank Totem” unisce l’interesse per il totem come forma archetipica primordiale e il trattamento del materiale in vista della creazione di un emblema. Nei lavori di Scarmiglia la componente individuale è superata in base al rapporto di coesistenza, le sculture non sono viste come oggetti unici ed a sé stanti, ma il loro stare insieme crea una comunità. L’allestimento pensato dall’artista, enfatizzato dalla sua esperienza nel mondo dello spettacolo come scenografo, diviene così lo strumento per cambiare di volta in volta l’habitat e creare sempre nuovi dialoghi fra le forme.

Agnese Landolfo e Velia Littera (direttrice e curatrice della galleria Pavart)

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